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Petén

Nonostante il Petén appaia di primo acchito come un’enorme distesa verde, tra il 2001 e il 2023 questa regione ha perso il 33% della sua copertura forestale, pari a 993.000 ettari (9.930 chilometri quadrati), emettendo così in atmosfera 450 Mt di CO2. L’area è parte della Selva Maya, la foresta tropicale più grande del Centro America e la seconda al mondo dopo l’Amazzonia.

Il corridoio arido
Quasi sconosciuto ai più fino al 2009, quando gli effetti congiunti di El Niño e dei cambiamenti climatici distrussero tra il 60% e l’80% del raccolto provocando una gravissima crisi alimentare, il corridoio arido è definito dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), come “un’area caratterizzata da condizioni di siccità estrema, continuativa e reiterata, seguita da periodi di pioggia intensa, che causano carestie e mancati raccolti”. Geograficamente si estende dal Chiapas (Messico) a Panama, attraverso Guatemala, Honduras, Nicaragua e Costa Rica ed è lungo 1.600 chilometri e largo tra i 100 e i 400 km, a seconda del punto che si prende in considerazione. Qui, le catene montuose che attraversano l’America Centrale fungono da vera e propria barriera per le correnti d’aria umide provenienti dall’Oceano Atlantico. Questo fa sì che le piogge cadano solo nei versanti settentrionali mentre a sud, l’aria si mantiene secca e si traduce in un clima arido o semi-arido che, negli ultimi 8 anni, ha provocato 4 gravi siccità, due uragani di forza 4 e 5, e due tormente tropicali.
Con una popolazione che varia dai 10,5 a 22,5 milioni di abitanti, pari al 90% del totale, il corridoio arido è l’area più densamente popolata del Centro America ma anche la più povera e, pertanto, la più vulnerabile. Le condizioni peggiori si registrano attualmente in Nicaragua, Honduras, El Salvador e Guatemala. Dal 2012 ad oggi la siccità ha provocato una crisi umanitaria che ha coinvolto più di 3,5 milioni di persone e ha già fatto aumentare del 25% il flusso migratorio illegale verso gli Stati Uniti tra il 2007 e il 20173. Molte delle famiglie con membri migranti lasciano la propria casa dopo aver perso il raccolto o per scappare dalla carestia che, in Guatemala, caratterizza la vita quotidiana del 57% dei bambini sotto i 5 anni.
Terra avvelenata
In tutto il Centro America le famiglie praticano l’agricoltura di sussistenza che, però, non basta a sfamare nuclei nuclei numerosi di persone in un contesto in cui, dove non arriva la crisi climatica aggravata dalla posizione geografica (corridoio arido), ci pensano le multinazionali a devastare il territorio e la salute delle persone. La rapida espansione agricola degli ultimi decenni, infatti, è stata accompagnata da un uso estensivo e non regolamentato di pesticidi. Alcuni di questi sono così pericolosi che il loro uso è stato vietato sia in Europa che negli Stati Uniti. In Centro America, Guatemala compreso, il loro utilizzo viene invece incentivato attraverso campagne pubblicitarie in televisione ed enormi cartelli ai lati della strada, o in mezzo ai campi di mais. Un’operazione ben riuscita visto che, oggi, l’America Latina e i Caraibi rappresentano il 20% del consumo globale di pesticidi, con una cifra record di 1,8 chili di veleno a persona l’anno. Numeri, che sono valsi alla regione l'appellativo di “laboratorio alimentare del Pianeta”.
Tra i casi di inquinamento più devastanti degli ultimi anni, quello del fiume La Pasión dove, nel giugno del 2015, si è compiuto un vero e proprio ecocidio: migliaia di litri di malathion, un potente insetticida contenuto nei pozzi di trattamento appartenenti all’azienda Reforestadora de Palmas de Petén, SA (REPSA) con sede a Sayaxché, si sono riversati nel fiume inquinandone un tratto lungo 150 chilometri. Pochi mesi dopo, Rigoberto Lima Choc, 28 anni, leader del movimento di opposizione all’industria della palma da olio, è stato assassinato davanti all’aula del tribunale dove stava chiedendo giustizia per la natura e il suo popolo. Una storia come tante di quelle che avremmo documentato nei mesi successivi, legata a doppia mandata con l’Europa e l’Italia che, nel 2023, si è posizionata al settimo posto tra i principali importatori di palma da olio proveniente dal Guatemala, per un volume d’affari di più di 51,81 milioni di dollari l’anno.
Fra il 2001 e il 2017, invece, nel Petén meridionale, la monocoltura di palma da olio è passata da un’estensione di 30 chilometri quadrati a 860, di cui il 36-63% erano terreni in cui le popolazioni native coltivavano prodotti di prima necessità, come la manioca, aggravando una già delicata situazione di povertà alimentare.

Il testo è tratto dal libro “Dall’Alaska alla Patagonia, viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo”, di Valeria Barbi (Editori Laterza, 2025).
La narcoganaderia: quel filo sottile che collega il Centro America alle nostre tavole
La narcoganadería, dall’unione tra narco (narcotraffico) e ganadería (allevamento bovino), è un termine usato in Centro e Sud America per descrivere l’allevamento di bestiame finanziato o controllato dal narcotraffico. In pratica, i gruppi criminali investono i profitti della droga in grandi ranch e mandrie per riciclare denaro illecito, occupare e controllare territori, ottenere potere economico e politico locale, mascherare attività illegali dietro imprese apparentemente legittime. I territori vengono ottenuti deforestando attraverso la tecnica del taglia e brucia, acquistati per pochi centesimi dai contadini locali o espropriati con la forza.
Questo meccanismo è funzionale al controllo del territorio e permette ai trafficanti di droga di sviluppare infrastrutture per ricevere la cocaina che arriva da altre regioni del Sud America per via aerea o marittima, immagazzinarla e spedirla principalmente negli Stati Uniti e, da lì, al resto dell’Occidente. Dall’altro, funge da facciata permettendo ai narcotrafficanti di coprire le loro reali attività ed essere percepiti, al più, come allevatori illegali, scatenando reazioni di minore portata da parte delle autorità. I capi di bestiame vengono poi venduti, attraverso aste truccate, come provenienti da allevamenti legali e controllati. Una volta ripulita la filiera, la carne viene servita negli Stati Uniti mentre i derivati, come il cuoio, diventano scarpe di lusso o sedili per le automobili degli europei. In Guatemala, il Petén è strategico perché si trova lungo rotte del narcotraffico verso il Messico e gli Stati Uniti, ha zone remote con scarso controllo statale, comprende aree protette della Riserva della Biosfera Maya.
Riforestazione ad alto impatto ambientale
A cercare di contenere l’avanzata della deforestazione, lavorando per la sicurezza alimentare e il sostentamento economico a lungo termine delle comunità Maya Q’eqchi’ è il lavoro di zeroCO2. L’idea della Bcorp italiana, nata da un’idea di Andrea Pesce, Virgilio Galicia e Mariela Martinez è semplice ma radicale: usare gli alberi non solo per assorbire CO₂, ma per restituire dignità economica alle comunità locali. ZeroCO2 collabora con famiglie contadine e comunità Maya Q’eqchi’, piantando cacao, mogano, avocado e altre specie native in sistemi agroforestali sostenibili. Gli alberi diventano proprietà delle famiglie, che vengono formate per coltivarli e proteggerli nel tempo.
Nel frattempo, le aziende che vogliono compensare le proprie emissioni finanziano il progetto attraverso crediti di carbonio certificati. Una parte importante del valore generato rimane sul territorio, creando reddito, lavoro e stabilità economica. Così, in un territorio segnato dalla deforestazione e dalla povertà, piantare un albero diventa un gesto politico oltre che ambientale: significa difendere la Riserva della Biosfera Maya, rallentare la distruzione della foresta e dare alle comunità un’alternativa concreta. Dalla sua fondazione, nel 2019, ZeroCo2 ha prodotto e piantato più di 500.000 alberi forestali e da frutto, in collaborazione con 20 comunità native. Una lotta che intreccia aspetti sociali, politici ed economici, contro la piaga della deforestazione e della crisi climatica.

Lottare per la libertà - Petén, Guatemala 2023

Al km 444 della Carretera Panamericana, nella regione del Petén, si trova la Comunità di Nuevo Horizonte, fondata nel 1998 da donne e uomini, tutti ex combattenti delle forze armate ribelli del Petén (Frente Norte de las Fuerzas Armadas Rebeldes – FAR), dopo la firma degli Accordi di Pace con il governo che misero fine a 36 anni di guerra civile. La comunità, nata come progetto di ricostruzione collettiva basato su solidarietà, autogestione, giustizia sociale e diritto alla terra, porta avanti quotidianamente attività di agricoltura sostenibile, riforestazione e turismo comunitario ed è ancora oggi un simbolo di resistenza dove anche i graffiti sui muri sono custodi della memoria storica del popolo guatemalteco.

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition

Riforestazione nella Comunità di Monte Carmelo - Petén, Guatemala 2023

Nella comunità di Monte Carmelo, i progetti di riforestazione promossi da ZeroCO2 si basano sul coinvolgimento diretto delle famiglie contadine nella gestione e cura degli alberi. L’obiettivo non è soltanto riforestare, ma sviluppare sistemi agroforestali in grado di generare benefici ambientali, economici e sociali per la comunità. L’iniziativa nasce per contrastare la forte deforestazione del Petén, causata soprattutto da allevamento intensivo e monoculture. Le comunità ricevono alberi forestali e da frutto, tra cui cacao, avocado, mogano, cedro e agrumi, insieme a formazione su agricoltura sostenibile e gestione del territorio. A Monte Carmelo il lavoro ha una dimensione collettiva: parte dei ricavi agricoli viene reinvestita in progetti comunitari, come la costruzione di una scuola, mentre alcuni terreni sono affidati a gruppi di donne. Il progetto punta così a rafforzare l’autonomia economica delle famiglie e a proteggere la biodiversità della Biosfera Maya.

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition

Scimmia ragno di Geoffroy (Ateles geoffroyi), Selva Maya - Petén, Guatemala 2023

La Selva Maya, che si estende tra Guatemala, Belize e Messico, è la più grande foresta tropicale del Centro America e uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del continente americano. Nel solo Petén guatemalteco, la Maya Biosphere Reserve copre oltre 2 milioni di ettari, pari a circa un quinto dell’intero territorio nazionale. La regione ospita più di 20 ecosistemi differenti, tra foreste tropicali umide, savane allagate, lagune, zone umide e mangrovie. Qui vivono specie simbolo della fauna mesoamericana come il giaguaro, il tapiro di Baird, l’ara scarlatta, il pecari dalle labbra bianche e numerose specie di scimmie, rettili e anfibi. Dal punto di vista botanico, la foresta ospita centinaia di specie vegetali, tra cui mogano, cedro, ceiba e piante utilizzate tradizionalmente dalle comunità locali come xate, chicozapote e pimento.

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition