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Sucumbios

Situata al confine con la Colombia, Sucumbíos è una delle province più settentrionali dell’Ecuador e ospita una straordinaria biodiversità tipica della foresta amazzonica: fiumi, zone umide, foreste tropicali e numerose specie animali e vegetali. Qui, a partire dagli anni ’60, l’estrazione petrolifera ha causato deforestazione, inquinamento del suolo e dell’acqua e forti impatti sugli ecosistemi. A pagarne le conseguenze sono le comunità locali e, in particolare, comunità indigene come i Cofán, i Siona, i Secoya, i Kichwa amazzonici e gli Shuar che denunciano da decenni problemi legati all’accesso all’acqua potabile, alla salute pubblica e alla perdita di territori tradizionali.

Mani nere
Tra il 1964 e il 1992, nelle province di Sucumbíos e Orellana, la Texaco - compagnia petrolifera statunitense fusasi nel 2001 con la Chevron - diede avvio ad una campagna di esplorazione ed estrazione di petrolio dal sottosuolo della foresta amazzonica causando quello che, ancora oggi, è conosciuto come uno dei casi di inquinamento più gravi, reiterati e mai risolti della storia. In nemmeno trent’anni, 59.9 miliardi di litri di residui di petrolio e 108 milioni di litri di greggio sono stati sversati nella foresta contaminando più di 2 milioni di ettari di suolo e violando anche gli standard minimi di protezione ambientale. Un vero e proprio ecocidio che, ancora oggi, la Texaco (ora Chevron) si rifiuta di riconoscere.
Secondo Donald Moncayo, coordinatore dell’Union de afectados por Texaco (UDAPT), che abbiamo incontrato a Lago Agrio e con il quale ci siamo inoltrati nella zona contaminata della foresta, il risultato sono più di 800 pozze, o piscinas, che la Chevron-Texaco e la Petroecuador – che ha ereditato operazioni e responsabilità – dovrebbero bonificare. Un’operazione che la compagnia statunitense dichiara di aver effettuato su 162 siti dopo che, nel 1995, la multinazionale ha firmato un Piano d’azione per la bonifica. Ad oggi, però, nessuna operazione è stata portata a termine con successo: le pozze di rifiuti tossici sono state semplicemente coperte con uno strato superficiale di materiale organico e continuano a contaminare il suolo e l’acqua dell’Amazzonia ecuadoriana.

Per approfondire, leggi “Terra nera” di Valeria Barbi con le foto di Davide Agati, sul numero 1 del 2024 dell'edizione cartacea di La Rivista della Natura.
Il processo
A novembre 2026 saranno trascorsi 33 anni da quando un gruppo di 87 cittadini delle provincie amazzoniche di Orellana e Sucumbios, hanno presentato una denuncia di fronte ad un tribunale statunitense contro l’impresa petrolifera americana per aver deliberatamente contaminato. Nel 2011, dopo anni di processi, la giustizia ecuadoriana ha condannato Chevron a versare circa 9,5 miliardi di dollari per i danni ambientali attribuiti alle attività di Texaco nell’Amazzonia ecuadoriana. La compagnia, però, ha sempre respinto le accuse e, non possedendo beni significativi nel Paese, non ha mai pagato il risarcimento. Mentre le comunità colpite cercavano di ottenere giustizia, Chevron ha portato il caso sul piano internazionale, avviando un arbitrato contro lo Stato ecuadoriano e sostenendo che il processo fosse stato segnato da gravi irregolarità.
Nel 2018 un tribunale arbitrale le ha dato ragione e, tra il 2025 e il 2026, ha stabilito che fosse l’Ecuador a dover risarcire la compagnia con una somma compresa tra 215 e 220 milioni di dollari. Una decisione che l’UDAPT contesta con forza. Le organizzazioni delle comunità amazzoniche chiedono infatti che quel denaro venga destinato non a Chevron, ma alle popolazioni che da decenni convivono con le conseguenze dell’inquinamento. Nel frattempo, continuano a inseguire l’esecuzione della sentenza del 2011 nei tribunali di altri Paesi e accusano il governo ecuadoriano di aver assunto posizioni favorevoli alla compagnia nel procedimento arbitrale internazionale. A seguire il processo è Pablo Farjado che, insieme a Donald Moncayo, ha acquisito e compilato 250.000 documenti appartenenti al processi del caso Chevron-Texaco che, oggi, riempiono le scaffalature in metallo degli uffici dell’UDAPT.
In Amazzonia brucia anche l’aria
Nelle due province di Sucumbios e Orellana bruciano, da oltre cinquant’anni, almeno 486 mecheros, ossia camini che funzionano ad una temperatura media di 400°C e che, quando si estrae petrolio, rilasciano gas inquinanti come monossido e diossido di carbonio, ossidi di zolfo e nitrogeno, metano, propano, butano, benzene e naftalina. Un mix letale che può provocare lesioni al cuore, patologie respiratorie, lesioni cerebrali, cancro alla pelle, ai testicoli, ai polmoni e al pancreas, oltre a leucemia e irritazioni di varia entità agli occhi. Per capire la portata del disastro basta osservare le foglie delle piante, da cui cola petrolio, e le centinaia di insetti carbonizzati disseminati sul territorio.
Secondo un rapporto dell’Instituto Nacional de Estadísticas y Censos (INEC), le attività di estrazione fanno sì che nella zona vi sia il numero di malati di tumore più alta dell’intero continente con 560 nuovi casi l’anno ogni 100.000 abitanti, tra chi vive a meno di 2 chilometri dai mecheros, contro i 330 tra chi vive nella sierra, 240 sulla costa e 160 nell’intera regione amazzonica. Le più colpite sono le donne. Eppure, proprio qui, si diagnosticano mediamente solo il 12,6% dei casi totali mentre il restante 87,4% viene riscontrato a Quito quando, il più delle volte, è troppo tardi per procedere con una terapia. “Il problema - ci ha spiegato Moncayo - è che la mancanza di una clinica specializzata incide sia sul tasso di mortalità che sulla statistica: venendo registrati altrove, infatti, i casi di tumore non possono essere messi in relazione con il luogo di provenienza della persona”.
Nel 2020, Leonela Moncayo - figlia di Donald Moncayo, attivista ambientale e coordinatore dell’UDAPT - che vive vicino a uno di questi impianti, insieme ad altre otto bambine tra i 9 e i 13 anni, ha intentato una causa contro lo Stato ecuadoriano sostenendo che i mecheros violassero il loro diritto alla salute, a un ambiente sano e ai diritti della natura. La loro battaglia ha portato a una storica sentenza nel 2021: la Corte provinciale di Sucumbíos ha riconosciuto le ragioni delle bambine e ha ordinato l'eliminazione progressiva dei mecheros, dando priorità a quelli più vicini ai centri abitati. Tuttavia, l'attuazione della sentenza è stata lenta e controversa. Negli anni successivi le ragazze hanno continuato a mobilitarsi, denunciando il mancato rispetto delle decisioni giudiziarie e chiedendo la rimozione effettiva degli impianti. Nel 2024 e nel 2025 hanno presentato nuove iniziative legali e pubbliche per sollecitare il governo a intervenire.

La storia della battaglia sociale e legale portata avanti da alcuni cittadini di Lago Agrio è contenuta nel libro “Dall’Alaska alla Patagonia, viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo”, di Valeria Barbi (Laterza editori, 2025).
Continueremo a lottare
Gli abitanti di Lago Agrio raccontano che quando iniziarono le esplorazioni petrolifere, nella zona vivevano i Tetetes e i Sansahuari, due popolazioni indigene di cui esistono pochissime evidenze ma che sembra si siano estinti perché gli sono state rubate le loro tradizioni, le risorse e la terra in cui vivevano. Le compagnie petrolifere negano che siano mai esistite. Ma, se così fosse, com’è possibile che i primi campi di estrazione si chiamassero proprio come loro?
A resistere ancora sono, invece, gli A’i Cofán de Dureno la cui comunità conta circa 750 abitanti. Quando la Texaco arrivò a Lago Agrio, ve ne erano 4600. Oggi il loro territorio si estende su 9.571 ettari di foresta primaria che continua ad essere minacciata dalle compagnie petrolifere. Chi ha provato a ribellarsi è stato messo a tacere. Com’è successo nella primavera del 2023 a Eduardo Mendúa, leader del popolo A’i Cofán Dureno e direttore delle Relazioni Internazionali della Confederazione Delle Nazionalità Indigene (CONAIE), ucciso a colpi di pistola davanti a casa sua. Ad aver ereditato la sua lotta sono la moglie, Fabiola Ortiz, ed il figlio.

Specchio delle mie brame - Sucumbios, Ecuador 2023

Da oltre 50 anni, nell’Amazzonia ecuadoriana bruciano centinaia di mecheros, almeno 486 secondo le stime più recenti, grandi torce utilizzate dall’industria petrolifera per smaltire il gas associato all’estrazione del greggio. Ai piedi di queste grandi torce che svettano nel cielo, si trovano pozze d’acqua mista a petrolio, metalli pesanti e altre sostanze nocive. Qui, come altrove nel mondo, questi reflui sono stati accumulati per anni in piscine a cielo aperto, contaminando suolo, falde e corsi d’acqua.

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition

La foto fa parte di The Wild Line, la mostra fotografica di Davide Agati che racconta alcune delle storie raccolte in 22 mesi di reportage sul campo viaggiando dall’Alaska all’Argentina.

Il volo tradito - Sucumbios, Ecuador 2023

Questi camini, che raggiungono temperature medie di circa 400 °C, rilasciano nell’atmosfera anidride carbonica, monossido di carbonio, ossidi di zolfo e azoto, metano, propano, butano e benzene: una miscela tossica che danneggia sia gli ecosistemi sia la salute delle comunità locali. Avvicinandosi ai mecheros, l’aria diventa rovente e difficile da respirare. Intorno alle torce si trovano spesso insetti e uccelli morti, mentre minuscole particelle e gocce di petrolio, trasportate dal vento, si depositano sulle foglie di alberi e piante, ricoprendo la foresta di una sottile patina scura.

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition

La foto fa parte di The Wild Line, la mostra fotografica di Davide Agati che racconta alcune delle storie raccolte in 22 mesi di reportage sul campo viaggiando dall’Alaska all’Argentina.

La guerriera - Comunità A’I Cofan Dureno, Ecuador 2023

Fabiola Ortiz posa con lancia e abiti tradizionali. Dopo che suo marito Eduardo Mendúa, leader della comunità A’i Cofán Dureno, è stato ucciso da un sicario davanti alla porta di casa il 26 febbraio 2023, lei e suo figlio continuano a portare avanti la battaglia contro le multinazionali del petrolio che contaminano la foresta. 

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition

La foto fa parte di The Wild Line, la mostra fotografica di Davide Agati che racconta alcune delle storie raccolte in 22 mesi di reportage sul campo viaggiando dall’Alaska all’Argentina.