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Bolívar

Bolívar, nella regione caraibica della Colombia, rappresenta uno dei principali corridoi per il traffico illegale di specie grazie alla sua posizione strategica tra la costa caraibica, il Canal del Dique e i Montes de María. Le aree rurali del dipartimento fungono da punti di raccolta e smistamento degli animali destinati ai mercati urbani, in particolare a Cartagena e ad altre città della costa. Le reti criminali sfruttano la vicinanza ai porti e alle infrastrutture di trasporto per alimentare il commercio illegale sia nazionale sia internazionale, spesso in connessione con altre attività criminali. La fauna locale risulta particolarmente vulnerabile perché la cattura illegale si aggiunge ad altre pressioni ambientali, tra cui deforestazione, espansione agricola, degrado delle zone umide e cambiamento climatico.

Vite spezzate
La Colombia è uno dei Paesi più ricchi di biodiversità al mondo: ospita circa 468 specie di mammiferi, 1.800 specie di uccelli, 600 specie di anfibi, 500 specie di rettili e 3.200 specie di pesci. Una varietà che la rende un vero e proprio hot spot per il commercio di animali selvatici che, una volta strappati al loro habitat, vengono venduti come animali domestici o sono uccisi per ricavarne carne da consumo o prodotti medicinali. Tra il 2010 e il 2020, insieme a Messico e Brasile, il paese ha registrato il maggior numero di casi di traffico di fauna selvatica dell’America Latina e dei Caraibi. Secondo la Policía Nacional de Colombia, nel solo 2023 sono stati recuperati 28.025 esemplari di fauna selvatica vittime del traffico illegale. Ciò significa che, in media, le autorità recuperano un animale selvatico ogni 20 minuti. La portata del fenomeno è stata evidenziata anche dall'organizzazione internazionale TRAFFIC che, nel 2024 ha pubblicato un rapporto nel quale la Colombia viene identificata contemporaneamente come paese di origine, di transito e di destinazione per il commercio illegale di specie selvatiche. Le specie maggiormente coinvolte comprendono pappagalli e altri uccelli ornamentali, iguane, tartarughe d'acqua dolce del genere Trachemys e terrestri, caimani, bradipi, serpenti boa, primati e diverse specie marine e costiere.
Nel 2024 il valore degli animali vittime di traffico illegale superava i 400 milioni di pesos colombiani. Un fenomeno particolarmente rilevante nella regione caraibica riguarda il traffico di uova di iguana - di cui, nel 2021, ne sono state sequestrate 9.000 nei dipartimenti di Magdalena e Bolívar, un’operazione che ha portato all'arresto di membri di una rete criminale chiamata "Los Reptiles", specializzata nel commercio illegale di questi prodotti lungo la costa caraibica - e carne di fauna selvatica durante la Quaresima e la Settimana Santa, quando aumenta la domanda tradizionale di questi prodotti.
Il traffico di specie è inoltre spesso collegato ad altre forme di criminalità organizzata. Le autorità colombiane e le organizzazioni internazionali evidenziano legami con reti di contrabbando, episodi di corruzione, traffico di droga, attività di gruppi armati illegali e sfruttamento illecito delle risorse forestali. Lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) considera infatti il traffico di fauna selvatica una componente sempre più rilevante della criminalità organizzata transnazionale nell'area centroamericana e caraibica.

Per approfondire, leggi "(Cor)rotti. Il traffico di animali selvatici in Colombia" di Valeria Barbi con le foto di Davide Agati, sul numero 3 del 2023 dell'edizione cartacea di La Rivista della Natura.

Prigioniero, Centro di recupero dell’Establecimiento Público Ambiental (EPA), Cartagena, Colombia 2023

Il commercio illegale di specie selvatiche è tra i principali fattori di minaccia alla biodiversità ed il terzo mercato più redditizio al mondo. Migliaia di animali vengono prelevati quotidianamente dal loro ambiente naturale per essere detenuti come fossero domestici, venduti per la loro carne o per l’importanza che hanno per la medicina tradizionale o la cultura locale. Alcuni vengono sequestrati e, qualora non sia possibile la loro reintroduzione in natura, passeranno tutta la loro vita dietro le sbarre in un Centro di recupero per la fauna selvatica. È quello che è successo a questo jaguarundi (Herpailurus yagouaroundi), cresciuto come fosse un gatto domestico e poi abbandonato appena la sua gestione è diventata complicata. Non sarà mai più libero.

Senza ali - Centro di recupero dell’Establecimiento Público Ambiental (EPA), Cartagena, Colombia 2023

Per il loro carisma e la bellezza del piumaggio, gli Ara – come l’Ara ararauna ritratto nella foto – sono tra le principali vittime del traffico illegale di specie e il loro rilascio in natura è praticamente impossibile. Una volta catturati, infatti, vengono alimentati in modo scorretto e sviluppano gravi danni alle articolazioni che spesso ne impediscono la capacità di volare. Inoltre, in cattività non imparano a comunicare con i propri conspecifici (al contrario, imparano ad imitare l’essere umano!), né a difendersi dai predatori e a procurarsi da soli il cibo, condannandoli per sempre ad una vita dietro le sbarre. Un fenomeno che si estende a moltissime specie di uccelli, come confermato dal dottor Royman Lora Puerta, veterinario che dedica gran parte del suo tempo al centro di recupero: “tucani, pappagalli ara, canarini gialli… Rappresentano, da soli, il 42% degli individui che ci vengono consegnati, ma anche svariate specie di parrocchetto come Brotogeris jugularis. La motivazione è fortemente radicata nella cultura del caribe colombiano, dove farsi accompagnare da un uccello o possederne svariati in gabbia, è sinonimo di una certa posizione sociale. Basti pensare alla figura mitica del pirata che, sulla spalla, portava sempre un’Ara scarlatto. Purtroppo, questi animali sono anche tra i più difficili da curare poiché, molto spesso, arrivano in condizioni disastrose a causa delle carenze alimentari a cui sono stati soggetti per molto tempo e che hanno impedito un corretto sviluppo delle ossa delle ali”. 

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition

La foto fa parte di The Wild Line, la mostra fotografica di Davide Agati che racconta alcune delle storie raccolte in 22 mesi di reportage sul campo viaggiando dall’Alaska all’Argentina.

Vittime dei like - Centro di recupero dell’Establecimiento Público Ambiental (EPA), Cartagena, Colombia 2023

Ogni anno, migliaia di cuccioli di bradipo sono vittime del traffico illegale di specie selvatiche. Molti vengono catturati e venduti per essere tenuti in casa come fossero animali domestici, altri per soddisfare la domanda dei turisti internazionali di avere un incontro ravvicinato con questi animali e scattare una foto acchiappa like sui social network. La maggior parte (circa l’80%-90%) muore dopo pochi giorni. Il costo di un cucciolo di bradipo, sul mercato, oscilla tra i 5$ e i 187$. Quello della fauna selvatica è un mercato che crea gravi danni all’ambiente, danneggiano habitat ed ecosistemi. Ma è anche un problema sociale che incide sulle fasce più povere, soprattutto in quei paesi dove la maggior parte della popolazione vive appena al di sopra della soglia di povertà. A cercare di arginare il problema sono i tantissimi centri di riabilitazione della fauna selvatica come quello di Cartagena, supportato dal Governo colombiano. In foto, un Bradipo tridattilo (Bradypus tridactylus).

L’armadillo - Centro di recupero dell’Establecimiento Público Ambiental (EPA), Cartagena, Colombia 2023

In Colombia il consumo di carne di fauna selvatica (conosciuta come carne de monte o bushmeat) continua a rappresentare una componente importante dell’alimentazione in diverse aree rurali, soprattutto nelle regioni amazzoniche, dell’Orinoquia, del Pacifico e in alcune zone caraibiche. Tra le specie più frequentemente consumate figurano il paca (Cuniculus paca), l’aguti (Dasyprocta spp.) e svariate altre specie di roditori e conigli selvatici, il tapiro (Tapirus terrestris), l’armadillo, il pecari (Tayassu pecari), tartarughe terrestri e acquatiche, caimani. Tuttavia il consumo di carne di fauna selvatica in Colombia, come in buona parte dell’America Latina, non può essere interpretato unicamente come attività illegale. In molte aree indigene e rurali isolate rappresenta infatti una pratica tradizionale e una fonte essenziale di proteine la cui stigmatizzazione, nei paesi poveri, è stata influenzata da una visione della conservazione ereditata dall’epoca coloniale. Questo approccio, spesso definito “fortress conservation” (conservazione-fortezza), si basa sull’idea che gli ecosistemi debbano essere protetti attraverso la separazione fisica tra aree naturali e attività umane. In questa visione, la presenza delle popolazioni locali è considerata incompatibile con la tutela della biodiversità, per cui l’obiettivo diventa creare spazi naturali “incontaminati” da cui gli esseri umani vengono esclusi o fortemente limitati. Esistono tuttavia anche reali preoccupazioni ecologiche e sanitarie che non possono essere ignorate quando si parla di consumo di carne selvatica, soprattutto quando la caccia supera i livelli sostenibili, alimenta reti commerciali illegali che riforniscono mercati urbani e circuiti di traffico di specie e perché, durante la caccia, la macellazione e la preparazione della carne, le persone possono entrare in contatto con virus e batteri pericolosi. 

Foto di Davide Agati per WANE – We Are Nature Expedition